Andrea Camilleri intervistato da Claudio Colombo
Claudio Colombo: Maigret croce e delizia del suo autore?
Andrea Camilleri: «Alla fine penso che per lui sia stata una condanna, un peso».
C.C.: Lui infatti la definiva semiletteratura.
A.C.: «Ma certi Maigret sono capolavori! Penso, ad esempio, a L’affare Saint-Fiacre. Fu scritto nel 1932, ma se andate a rileggerlo capirete cosa significa, per un libro, saper sfidare l’usura del tempo».
C.C.: I suoi preferiti?
A.C.: «Direi 45 gradi all’ombra e Le signorine di Concarneau. Parliamo del primo Simenon anni Trenta o giù di lì. Ma adesso sto acquistando tutti gli Adelphi che ripubblicano Maigret e le altre opere».
C.C.: Va da sé che il suo Salvo Montalbano può essere considerato un nipotino di Jules Maigret.
A.C.: «Ci sono legami di sangue non facilmente rinnegabili. Intanto entrambi sono poliziotti istituzionali, spesso in conflitto con obblighi e doveri. È però diverso il modo di indagare. Montalbano è uomo d’azione, attivo ed energico; Maigret osserva, placido e distaccato. Ma chissà che cosa darebbe per poter leggere l’immagine del carnefice impressa negli occhi della vittima».
C.C.: Diversi come metodo, ma la parentela è strettissima.
A.C.: «Sono uniti da molte cose: l’amore per la buona cucina, il rifiuto della violenza, il rapporto speciale con le donne».
C.C.: Impensabile, per Maigret, tradire la signora Maigret. Mentre Montalbano…
A.C.: «Ma no, quella volta che è successo con l’amica svedese forse sognava, o forse no…».
(«Corriere della Sera», 30 gennaio 2003)