Francis Lacassin: Prendiamo il suo personaggio per eccellenza, Maigret. Si ha l’impressione che abbia una concezione del mondo e dei rapporti umani simile alla sua. Forse perché Maigret ha finito per assomigliarle, o lei per assomigliare a lui.
Simenon: «All’inizio Maigret era piuttosto semplice. Un omone placido che come me credeva più all’istinto che all’intelligenza, alle impronte digitali e alle altre tecniche di indagine. Tutte cose a cui faceva ricorso perché era obbligato, ma senza crederci troppo.
Col tempo abbiamo finito per assomigliarci un po’. Non saprei dire se sono stato io a identificarmi con lui o lui con me. Sta di fatto che ho preso alcune delle sue manie e lui ha preso alcune delle mie. Le faccio un esempio: molti si sono chiesti come mai Maigret non avesse figli, visto che li desiderava tanto. È il suo grande rimpianto. La risposta è semplice: quando ho cominciato i Maigret – devo averne scritti una trentina prima di avere un figlio –, la mia prima moglie non ne voleva. Prima che ci sposassimo mi aveva fatto giurare che non ne avremmo avuti. Ne ho sofferto parecchio, perché adoro i bambini… come Maigret. Insomma, non ero capace di descrivere un Maigret che rientra a casa e si trova davanti uno o due bambini. Cosa gli avrebbe detto, come avrebbe reagito alle loro crisi, come avrebbe fatto a dargli il biberon se la signora Maigret si sentiva poco bene? Non lo sapevo. Quindi ho dovuto creare una coppia che non poteva avere figli. È questo il motivo. Poi sono invecchiato, molto più in fretta di Maigret. Teoricamente avrebbe dovuto andare in pensione a 55 anni. Nella sua ultima incarnazione ha 53 anni e quando l’ho creato ne aveva già 44 o 45. Di conseguenza ha vissuto15 anni mentre io ne vivevo circa 40. Ed è inevitabile che io gli abbia prestato senza volerlo qualcosa delle mie esperienze e lui abbia prestato a me qualcosa della sua attività».
F.L.: Maigret ha un modo di interessarsi agli uomini simile al suo. Una propensione alla simpatia piuttosto strana in un poliziotto.
S.: «Esatto. Fra i personaggi che ho creato è uno dei pochi, se non l’unico, ad avere dei punti in comune con me. Tutti gli altri, o quasi, sono completamente diversi».
F.L.: Come si comporterebbe Maigret se avesse una nuova avventura?
S.: «Se dovessi scrivere un nuovo Maigret e il commissario tornasse in attività, andrebbe a rassegnare le sue dimissioni domattina stessa. Uno dei miei romanzi rivela esattamente quel che pensa del mondo politico: Maigret chez le ministre. Già Maigret mal sopportava i colloqui con certi giudici istruttori, magari gentili, ma di estrazione borghese e pronti a fare il loro lavoro senza sapere niente degli uomini, seguendo unicamente i valori borghesi assorbiti in famiglia. Come si può pensare di far giustizia in simili condizioni?».
F.L.: Si ha del resto l’impressione che Maigret non creda molto alla giustizia e che per lui non ci siano colpevoli ma solo vittime.
S.: «Non credo che ci siano colpevoli. L’uomo è così disarmato nei confronti della vita che immaginarlo colpevole significa quasi farne un superuomo. Non biasimo un capo di Stato per il fatto di essere un Rastignac orgoglioso e pronto a sacrificare tutto sull’altare della sua misera gloria più di quanto non biasimi un barbone perché vive sotto i ponti e, all’occasione, frega un portafogli. Ci sono persone che vengono spinte al crimine dalla società. Non è un caso che negli Stati Uniti la mafia sia nata nella zona più povera di New York, Brooklyn. Nella strada. Tra ragazzi che cominciavano col prendersi a pugni. Quando, a nove o undici anni, uno si becca una coltellata, cosa vuole che diventi da grande? Un delinquente, è ovvio».
(Questo brano è tratto da un’intervista apparsa per la prima volta sul «Magazine littéraire» del dicembre 1975 e poi riproposta dalla stessa rivista nel febbraio del 2003 in occasione del numero speciale per il centenario simenoniano)