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| | | | Nel 1932, reduce dall'esperienza
di questi primi due film, Simenon dichiara risolutamente: «Ho deciso
che curerò io stesso la regia delle mie opere. Come sa, La nuit du carrefour
… e Le chien jaune hanno avuto come registi Jean Renoir e Jean Tarride.
Non posso che essere soddisfatto del loro eccellente operato, ma vedendoli
lavorare mi è venuta voglia di verificare di che cosa è capace l'autore
stesso quando, anziché con carta e inchiostro, si trova alle prese con personaggi
in carne e ossa e scenari a tre dimensioni… Che vuole, solo l'autore può
pronunciarsi sul modo in cui il suo romanzo può reincarnarsi… anche, e forse
più, nel caso di un romanzo poliziesco».
Simenon progetta di portare subito sullo schermo un terzo romanzo: La
tête d'un homme. Nella parte del commissario vorrebbe ancora Pierre
Renoir: «Grazie a Pierre Renoir … ho pensato al mio personaggio come
se non fosse uscito dalla mia immaginazione … Il dado è tratto: Maigret
resterà se stesso, in altre parole Pierre Renoir».
I produttori preferirono affidare La tête d'un homme a un regista
sperimentato come Julien Duvivier, che non solo scelse Harry Baur per il
ruolo di Maigret, ma preferì abbandonare la sceneggiatura già pronta e farla
riscrivere da Louis Delaprée e Pierre Caldmann. Simenon è disgustato. Si
sente messo da parte, boicottato. Non gli resta che attendere il giorno
in cui il cinema proverà il bisogno di «adottare l'estetica del romanzo,
di lanciarsi nella psicologia, di accostarsi all'uomo allontanandosi dall'intreccio,
da quei luoghi comuni del teatro che l'hanno ormai quasi del tutto mummificato».
Duvivier, dal canto suo, ha dichiarato: «Il film poliziesco, così
come lo si intende di solito, non mi interessa … Ho esposto i fatti fin
dall'inizio e non ci sarà niente di misterioso … ma solo la lotta fra due
temperamenti, quello del poliziotto e quello del criminale … Ho dunque ricondotto
il mio film … a uno studio psicologico». | |
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